Ecco
alcuni punti salienti tratti da "La Storia d'la Ciditi",
dalla rivista "am'arcord" 1946 - 1981 numero unico
per
i 35° anno di attività della compagnia,
nei ricordi del suo fondatore Guido Fiorentini tradotti dal
romagnolo in Italiano.
L'antefatto
.
. La Ciditi, è nata per scherzo, va bene?. Si per
scherzo, per ridere, cosi, per sghetto!. Poi piano piano, successo
dopo successo, ha preso consistenza, ed è diventata una
cosa seria. Ma andiamo per ordine, eravamo nel 1941, rimediai
un gruppetto e mettemmo in scena in lingua quattro spettacoli
in quattro anni: una commedia brillante "Ho perduto mio
marito", due commedie musicali "La colpa è
della radio" e la "Pietra dello scandalo" e per
ultimo una tragedia "La cena delle beffe" di Sem Benelli.
Cose in grande! Ma la tragedia venne dopo, proprio nella realtà,
ma proprio in grande, che più in grande non si può,
la guerra in casa, il fronte. E così si interruppe quell'attività
teatrale bagnacavallese filodrammatica che fu una cosa insolita
e abbastanza riuscita, seppur circoscritta entro l'ambito della
cittadina. Beh, quello fu il primo seme che poi generò
una pianta spuria e strana che si chiamò CIDITI'. E questo
è l'antefatto. Passò il fronte e passò
la tragedia, passò la guerra e venne la libertà.
Decidemmo di riprendere il discorso teatrale interrotto e fare
qualche cosa di buono e soprattutto di diverso. Questo era il
mio pallino, la mia idea, il mio bigatto. E siccome conoscevo
un qualche copione in dialetto, e dato che il regime l'aveva
abolito, il dialetto, perché non farlo ritornare in auge
e risuscitarlo, mettendo in scena delle commedie in lingua madre?
La nascita
.
..Ecco appunto facendo queste considerazioni, mi venne
una idea luminosa, abbandonare l'italiano e tentare una formazione
che mettesse in scena lavori solo esclusivamente dialettali.
Anche perché il confronto non sarebbe stato possibile
con i professionisti, gli attori e le attrici del tempo che
si esibivano con bravura e maestria nel vastissimo repertorio
nazionale ed internazionale. Mi procurai un testo, una commedia
scritta da un certo professore di Forlì, Icilio Missiroli,
che si chiamava "E'
post dri l'iròla" che, con i suoi difetti aveva
anche delle scene tagliate magistralmente e quello fu il battesimo
del fuoco
Il Nome
..
Ci mancava solo una cosa, si trattava di dare un
nome a questa formazione, a questa filodrammatica dialettale.
Filodrammatica era una parola che non mi piaceva, anzi una parola
antiquata, e allora a forza di pensare saltò fuori: Compagnia
Dialettale "la Rumagnola C.D.T." di Bagnacavallo ed
è rimasta così. E allora cosa vuol dire C.D.T.?
Vorrebbe dire Compagnia Dilettantistica Teatrale, secondo l'intenzioni
dell'inventore, ma il pubblico forse non se lo chiedeva neanche.
Le sigle erano di moda dopo il fronte, C.D.T. nella dizione
suonava ci-di-tì e Ciditi qua, Ciditi là, il nomignolo
è rimasto con i suoi ciditini e ciditine. Però
a Ravenna, ancora oggi, la chiamano solo "la cumpagnì
d'Bagnacavall"
Una compagnia
che si rispetti
. Ma una compagnia che si rispetti non può
avere solo una commedia, deve avere anche un repertorio e la
seconda commedia fu "Maridev, burdèl, maridev!"
di Euclide d'Bargamen Dopo venne "La
burdèla incajeda" la terza commedia del repertorio,
messa in piedi in 15 giorni, del mio amico Bruno Marescalchi,
autore fertile e fantasioso. Qui il successo fu ancora più
strepitoso. Tanto è vero che la portammo perfino a Milano
al Piccolo Teatro, sissignori, il Piccolo Teatro di Grassi e
Strehler, una ribalta che scottava e che scotta.
Al Piccolo
Teatro di Milano
.
Come successe? Ma eravamo nel 1950 e ci fu una richiesta
da parte della direzione del Piccolo Teatro, tramite l'ENAL
di Ravenna, di mandare una rappresentanza del Teatro Romagnolo
alla rassegna Nazionale dell'ENAL. Visto la nostra poderosa
organizzazione (ci eravamo comperati una corriera, per i nostri
spostamenti, la "Ch'icona"),
ci designarono come rappresentanti della Romagna in quella rassegna,
dove, per la prima volta nella storia la parola "Bagnacavallo"
figurava attaccata in tutti i muri e in tutti i tabelloni di
Milano, era o non era un bel onore?
L'intervista
a Fiorenti prosegue poi con numerosi racconti di aneddoti e
esperienze vissute dalla compagnia fino al 1958-1959 quando
per motivi di lavoro dovette lasciare la compagnia.
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